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lunedì 6 febbraio 2012
Spettacoli * LA MEMORIA NON E' MAI CIMITERO
     

 

 
LA MEMORIA NON E' MAI CIMITERO
I meccanismi della Shoah nella storia dell'uomo
 

 

 

 

 

 

testo e recitazione Marco Gobetti

chitarra acustica e voce Dario Buccino

luci e suono Simona Gallo
 
direzione Dario Buccino, Simona Gallo, Marco Gobetti

 

 

 

 


Le basi

Il teatro interpreta nel modo più immediato, più realistico, più movimentato e più corpulento il primordiale bisogno umano d’imparare partecipando alla vita della cosa imparata. Questo bisogno è essenziale alla concitazione pedagogica.

Di qui si può trarre l’idea di una didattica vitalista, d’una didascalica di prodigi colorati e parlanti, che all’immaterialità della parola, immaterialità spersonalizzante, preferisca l’evidenza di elementi più drammaticamente e più stupefacentemente sensibili. (…)

L’uomo è creatura eminentemente “teatrale”. Forse non sarebbe educabile se non fosse tanto teatrale. Diamogli dunque la didattica che gli conviene: il prodigio. Meditiamo su questo avvertimento: la didattica trova una sua profonda vitalità nella sua perenne e impellente natura di “macchinazione teatrale”[1].

 

Realizzazione

dario buccino.jpgCorpi voce azione musica e canti per “essere pronti alle andate e ai ritorni. Cavalcare i secoli. Intelligenza e conoscenza. Capire oltre alle apparenze. Avere il coraggio di pensare e sognare[2]”.

 

Lo spettacolo, adatto a ogni genere di pubblico, vede un attore e un musicista impegnati nell’analisi della Shoah del secolo scorso e delle shoah incombenti ai giorni nostri, alla luce delle infinite violenze mortali (di massa e non solo) che si sono ripetute nel corso della Storia.

Una sorta di spettacolo-concerto, volto a suscitare un interesse stupito e partecipe. Dalla fiaba occidentale più antica[3],  alla strage dei Melii da parte degli Ateniesi[4], agli eccidi degli Indios testimoniati da Bartolomé de Las Casas, ai pensieri scritti da Hitler e spaventosamente analoghi a tanta comunicazione contemporanea: ad unire documenti così lontani una drammaturgia originale fatta di racconti, versi in libertà, musica, canto e di un’urgenza continuamente altalenante fra comprensione e comunicazione.
L’attore spazia dalla lettura al racconto a soggetto, dall’affabulazione all’improvvisazione pura, al coinvolgimento diretto del pubblico: il musicista (voce e chitarra acustica) tesse una partitura di canto, musica, rumori e gestualità che si interseca – ora per consequenzialità ora per contrappunto – all’azione dell’attore.

 

Brani del testo

(…) Ora una favola ai re narrerò, a loro che pure sono assennati.

Ecco quello che lo sparviero disse all'usignolo dal collo screziato

su in alto, fra le nubi portandolo serrato nell'unghie;

quello pietosamente, dagli artigli adunchi trafitto,

piangeva; ma l'altro, violento, gli fece questo discorso:

- Sciagurato, perché ti lamenti? ora sei preda di chi è molto più forte;

andrai là dove io ti porterò, pur essendo tu bravo cantore;

farò pasto di te, se voglio, oppure ti lascerò.

Stolto è chi vuole opporsi ai più forti:

resta senza vittoria e alla vergogna aggiunge dolori.

Così disse il veloce sparviero, l'uccello che vola con le ali distese.

Scritto da Esiodo, nell’VIII secolo avanti Cristo.

 

Nei centri del mio nuovo Ordine verrà allevata una gioventù che spaventerà il mondo. Io voglio una gioventù che compia grandi gesta, dominatrice, ardita, terribile. Gioventù deve essere tutto questo. L'animale rapace, libero e dominatore, deve brillare ancora dai suoi occhi. I giovani debbono imparare il senso del dominio. Debbono imparare a vincere nelle prove più difficili la paura della morte.

Scritto da Adolf Hitler, nel 1924. Dopo Cristo.

1924 … ottavo secolo: 700 anni. Quindi: 1924 700 = 2324. 2008-1924 fa 84, 2324 fa 2408. Nel corso di 2408 anni infinite sono state le violenze mortali. E tutte contano.

I morti ammazzati sono infiniti, non appartengono a un secolo: appartengono al tempo”. (…)

 

(…) "Io vorrei ascoltare l'urlo di tutti i morti ammazzati, a partire dalla notte dei tempi.

Occorre cominciare a pensare ai meccanismi. A conoscere i dettagli, gli ingranaggi.

Conoscere i meccanismi scatenanti di un genocidio già stato significa scoprire le infinite analogie con situazioni presenti, che possono portare a vicende simili.

Chi piange i morti ammazzati ormai compie un dovere urgente, ma scottante. E’ un dovere che ci scappa di mano: piangiamo per il giorno della ricorrenza, nella data stabilita. Celebriamo una memoria che si auto-celebra, che inizia e finisce in quel giorno o in quei giorni stabiliti. I morti ammazzati si dovrebbero piangere un giorno dopo l'altro, sempre.

Se avessimo il coraggio di farlo scopriremmo che dopo qualche giorno le lacrime finirebbero, perché il ricordo incessante di chi è stato ucciso lascerebbe il posto alla consapevolezza di potere un giorno essere uccisi pure noi. E con noi i nostri cari. E i nostri amici. E il nostro amore. E tutto per noi finirebbe.

Per ricordare non occorrono più date: occorre fare di ogni giorno occasione di memoria. Creare memorie. Memorie di noi vivi nonostante tutto. Capire, ogni sera prima di andare a dormire, come abbiamo fatto a salvarci. Come si sono quel giorno salvate le seguenti persone: e qui ognuno stilerà il suo elenco, a seconda delle proprie conoscenze e delle informazioni di cui dispone su ciò che accade nel mondo.

Io voglio capire i meccanismi delle grandi violenze passate perché voglio smascherare le violenze presenti e future”. (…)

 

(…) Ho visto morti.

Morti sulla neve. / C'era chi tremava!

Morti sotto il sole. / C'era chi sudava!

Morti zuppi d'acqua. / Uno si asciugava!

Morti fra le pietre. / Uno si spaccava!

Morti nelle case. / Uno che imbiancava!

Morti là sui ponti. / Uno che saltava!

Morti tra le piante. / Uno che potava!

Morti giù nei fossi. / Uno che beveva!

Morti senza mani. / Chi giocava a carte!

Morti senza piedi. / Chi ballava il twist!

Morti mezzi nudi. / Chi fotografava!

Morti ben coperti. / Tutti a nascondino!

Morti senza braccia. / Su lanciamo il peso!

Morti a braccia aperte. / Venite adoremus!

Morti arrotolati. / Pronti da affettare!

Morti ben distesi. / Belli da schiacciare!

Morti traforati. / Utili a scolare!

Morti addormentati. / Ninna nanna ninna-o…

Morti consumati. / E un ometto li pelò…

Morti ancora caldi. / Ninna nanna ninna-o…

Morti divorati. / E un omon se li mangiò!

Morti impacchettati. / Fiocchi e candeline!

Morti scoppiettanti. / Fiera di paese!

Ho visto morti. Intorno niente. Aria pesante e vento arrabbiato.

Solo silenzio.

Vivi ogni tanto.

Qualcuno sparava.

Qualcuno infilzava.

Qualcuno guardava.

Nessuno rideva.

Qualcuno piangeva.

Nessuno correva.

Qualcuno fumava.

Nessuno cantava. (…)

 

(…) Poi solo fiamme.

I condannati in fila

guardavano la luna.

Fumavano le bocche

di fiati non più caldi.

Erano a centinaia

bianchi perché nudi

le mani strette a conca

sui sessi processati:

sessi di pelle floscia,

certo senz'altra colpa

che quella orripilante

di avere generato. (…)

 

Il debutto avviene nel gennaio 2008 a Torino di fronte ad un pubblico di studenti, presso il locale Hiroshima mon Amour. Nel 2009 lo spettacolo è ospitato in tournée (matinée per le scuole e repliche serali per tutti) dalla Fondazione Toscana Spettacolo.

 

Un commento

 

(…) Uno spettacolo bello e importante. Marco Gobetti è di quegli attori e autori-attori, che lasciano il segno di un incontro. Accanto a lui il musicista Dario Buccino che canta e usa la sua chitarra come non siamo abituati ad ascoltare: non come accompagnamento ritmico o melodico a sottofondo e sostegno alla parola, ma come altra voce potente a raccontare il dramma di una storia universale di vivi e di morti.

“Piangiamo per il giorno della ricorrenza, nella data stabilita. Celebriamo una memoria che si auto-celebra, che inizia e finisce in quel giorno o in quei giorni stabiliti”. E qui, lo spettacolo potrebbe essere già finito. Gia? Sì, perché, se ancora fossimo capaci di dispiegare il senso di ogni parola, ci basterebbero queste poche parole di un breve prologo per pensare tanti pensieri. Siamo un tempo di celebrazioni, tutti i tempi di pace sembrano sentirsi in dovere di giustificarsi per la loro pace, rendendo omaggio alle vittime di un passato più o meno lontano. Naturalmente a giorni fissi, perché nel resto dei giorni dell’anno, ci si possa sentire esentati dal fare memoria.

“I morti ammazzati si dovrebbero piangere un giorno dopo l’altro, sempre.” Sembra troppo piangere ogni giorno, è così scomodo, a noi che abbiamo pur diritto di vivere guardando avanti e non indietro. Il fatto è che i morti non ci stanno indietro: noi camminiamo su una terra fatta di morti, che a ogni risveglio di viventi si risvegliano con tutti quelli che risvegliandosi li ricordano, riconoscendosi in loro.

“Se avessimo il coraggio di farlo, - di piangerli un giorno dopo l’altro -, scopriremmo che dopo qualche giorno le lacrime finirebbero, perché il ricordo incessante di chi è stato ucciso lascerebbe il posto alla consapevolezza di poter un giorno essere uccisi pure noi. E con noi i nostri cari. E i nostri amici. E il nostro amore. E tutto finirebbe.”

Un giorno un bambino, l’Autore-attore bambino, scrisse in un tema: “I morti non vanno disseppelliti, bisogna lasciarli sotto terra, perché puzzano…” (chiedo scusa se non sono proprio le parole esatte, ma il senso nel mio ricordo). Si può immaginare la protesta, con accusa di oltraggio ai morti, della maestra. Quante volte, quante, noi ci scandalizziamo e siamo pronti ad accusare l’altro di inesistenti misfatti, perché incapaci, per pregiudizi arroganze timori nascosti ipocrisie velate da stratificazioni di incontestabili convinzioni, di ascoltare lasciando che l’altro continui a dirci quel ha da dirci. Così la maestra si scandalizzò, a leggere il tema non continuò, accusò… ma lo spettacolo, dopo una lunga pausa, con gli attori rivolti al fondo del palcoscenico, continuò… e raccontò di centinaia, migliaia, milioni di morti uccisi, torturati, massacrati… Testimoniarono di massacri tanti… fin dall’antichità… e in ogni tempo… fino al novecento, il secolo della Shoa, fino a ogni nostro giorno, e domani “Forse il tempo del sangue ritornerà” , come scrive Franco Fortini in una sua poesia che mi spaventa.

Come è potuto accadere tutto questo?  Non è avvenuto di nascosto, anzi gli assassini scrivevano perfino le loro chiare intenzioni… e l’Attore legge, legge, dal Mein Kampf di Hitler… parole terribili, manifesto di un programma chiaro, contro la compassione stessa, già dette, parole ridette perfino da potenti del nostro presente, parole a cui non abbiamo al momento sussultato, perché non sapevamo o avevamo dimenticato, come abbiamo la tentazione costante di dimenticare anche oggi. Come è potuto accadere tutto questo? Com’è potuto accadere? E io mi sto chiedendo perché e da dove mi torna come un ritornello questa domanda. E, ricordo, è un verso di una poesia di un poeta inglese, Edwin Muir, “Com’è potuto accadere?...come poté farsi malvagia la nostra città?”.  Come tutto si incontra e si collega!, come tutto trama perché noi facciamo memoria dei ricordi che a frammenti, occasionalmente, apparentemente casualmente, ci investono, a volte…. inaspettatamente a teatro, a causa di quell’attore-autore che crede necessario farsi cantore della memoria.  No, “per ricordare non occorrono più date: occorre fare di ogni giorno occasione di memoria. Creare memorie. Memorie di noi vivi nonostante tutto. Capire, ogni sera prima di andare a dormire, come abbiamo fatto a salvarci. Come si sono salvate le seguenti persone: e qui ognuno stilerà il suo elenco, a seconda delle proprie conoscenze e delle informazioni di cui dispone su ciò che accade nel mondo.”

Lapidi, piazze, strade, nomi di morti e giorni di ricorrenze disseminati per tutto l’anno, con autorità civili e religiose, bandiere, verifica delle presenze, recriminazioni per le assenze… questo è offesa ai morti, che si sentono strumentalizzati. E se loro fossero vivi? E se loro fossimo noi? E se noi…? Oggi… Ora… E se…. Ma soprattutto: perché loro e non noi, non io? Ma, cosa vogliono da noi, i morti? Non basta a loro che li ricordiamo almeno una volta all’anno? E li sentiamo a volte inquieti, e allora li riseppelliamo, che se ne stiano in silenzio fino alla prossima commemorazione.

Nei campi nazisti, arrivavano da ogni paese d’Europa, e vi morivano dissidenti politici, zingari, omosessuali, delinquenti comuni, mendicanti, e gli ebrei tutti, tutti destinati a uno sterminio totale, dai bambini ai nonni, sterminio della Debolezza vista come minaccia dalla Forza: assurdo, vero?!  Shoah, si dovrebbe dire Shoah e non Olocausto; scrive Giacoma Limentani in “Scrivere dopo per scrivere prima”: “…troppi chiamano olocausto. Erroneamente, perché Olocausto è un’offerta sacrificale tesa a purificare soprattutto chi offre, mentre la shoah, lo sterminio offerto dal nazismo alla propria follia, è una contaminante profanazione dell’idea stessa”. Questo dice con altre sue parole Marco Gobetti verso la fine, poco prima di terminare lo spettacolo con la poesia che Primo Levi ha posto all’inizio di “Se questo è un uomo”. (…)

 

Due leggii, per appoggiarvi i copioni delle parole e della musica… La musica interviene improvvisa come l’altra voce, quella dell’anima profonda, che non ha per piangere, gridare, parole, perché parole proprio non ce ne sono più. Marco Gobetti, quando legge è quasi immobile, le braccia lungo il corpo, e così sembrano braccia lunghe lunghe, a cui stanno appese inerti mani pesanti; sotto la maglia il diaframma ondula una superficie di terre e di mari, a frequenze diverse del respiro al ritmo delle parole di un pallido e appassionato profeta. Quando racconta, Marco Gobetti diventa le sue mani, e pare di vedere soltanto mani, potrebbe spegnersi la luce sul palco, la mani resterebbero a raccontare, ali frenetiche, ali compiaciute di vita, ali di narrazione infinita, sfinita dal vedere da tanti secoli calpestare terre, acque, uomini, donne, bambini… Come andrà a finire la Storia? Se siamo ancora qui, nonostante tutto, forse vuol dire che la vita ha ancora qualche fiducia in noi.

Un caso, una coincidenza, sento venire fin qui la voce di un conduttore televisivo, che intervista un ex deportato, sopravvissuto ad Auschwitz: “Non è questo il giorno della Memoria, ma lei ci racconti cosa ha provato quando…”.

Maria Silvia Caffari, Il Caragliese, ottobre 2008



[1] Da Bongioanni, Fausto Maria  - Lezioni di pedagogia. Vol. I  - p 176 - Torino - Lattes - 1947

[2] Dal copione dello spettacolo

[3] La favola dell’usignolo e dello sparviero, tratta da “Le opere e i giorni” di Esiodo

[4] Da “Le storie” di Tucidide

 

 

 

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