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lunedì 6 febbraio 2012
Dicono di noi
     

( … ) L' anciové sota sal di e con Marco Gobetti prodotto dalla Fondazione Trg in collaborazione con l' Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare. Si tratta di un lavoro intrigante in cui un attore sogna di essere un venditore di acciughe chiuso in un barile con le sue acciughe sotto sale. Niente nostalgia, quindi, e niente folclore, ma piuttosto l' idea di riscoprire un mestiere antico per incastonato in una vicenda contemporanea, e di innescare in tal modo un persorso capace di mutare il destino. «Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà», ci ricorda Pasolini. Qui il dialetto è un piemontese codificato, ricercato con valenza straniante per raccontare l' ombra oltre le cose. Da vedere.
Alfonso Cipolla – La Repubblica – 14 giugno 2011


 

L'attore senza teatro di Carlo Petrini - La Repubblica - 30 gennaio 2011: leggi qui



Ci sono spettacoli che rispetto a quelli cui si è abituati ad assistere normalmente sembrano fatti di altra sostanza, impastati  di altri pensieri e parole, creati con una grazia che si dava perduta. Sono incontri che sorprendono per il loro stesso comparirci dinnanzi, così poco annunciati, così tersi e precisi da fugare ogni fraintendimento.

Nascono da un’idea forte che si rende imprescindibile, da un lavoro onesto di domande che esigono risposte, di frasi cesellate con cura, di corpi cui la sapienza del mestiere non ha intaccato la generosità. Nessuna ruffiana operazione culturale, nessun cedimento alle lusinghe del mercato, nessuno scaltro espediente di richiamo. Se non il pubblico che assiste alla rappresentazione, che fa girare la voce tra amici e conoscenti, che si rammarica che le repliche siano così poche.
E’ quanto è successo durante le 3 repliche di “Cristo muore in fabbrica: è solo un altro incidente”, spettacolo della Compagnia Marco Gobetti andato in scena alla Cavallerizza reale per la stagione della Fondazione TPE tra il 21 e il 23 maggio.
Il testo, scritto dallo stesso Gobetti, è evocativo, poetico, ironico, politico, un distillato di inedite allegorie terrene accudite dalla grandezza interpretativa di un attore raro e necessario come Ruggero Dondi; la musica è colonna sonora imprevedibile, irruente e discreta all’occorrenza, eseguita con suggestiva creatività da Dario Buccino.
Sta tutto qui il successo dello spettacolo: nell’incontro artistico e umano di tre diversi talenti, nella preziosa alchimia di competenze e doti, nella consonanza di desideri e soprattutto nell’assoluta convinzione che “il teatro si può dire civile quando bada ai cives, stimolandone la coscienza dei diritti e arricchendone le possibilità di conoscenza, di pensiero e di sogno”.
Così si racconta di Cristo che torna sulla terra reincarnandosi prima in un ladro, poi, da ultimo, in un operaio il cui corpo viene estratto da una fabbrica in fiamme. Si racconta il nostro tempo fatto di ingiustizie, ottusità, diritti calpestati, ignoranza indotta. Si gettano semi per coltivare rivolte future, dell’anima e della mente. Si fa Teatro.
Per questo, quando sarà, non perdetevelo.  
Monica Bonetto - Torinosette (La Stampa) - su www.sistemateatrotorino.it - giugno 2009  



 

(...) "Lo stagno", spettacolo scritto e recitato da Marco Gobetti, tra gli artisti più interessanti e promettenti dell'attuale panorama torinese, tenace nel costruirsi un percorso artistico lontano da soluzioni di comodo, nel creare una propria poetica dai toni surreali ma profondamente radicata nell'attualità. Con lui in scena Anna Delfina Arcostanzo, nella finzione compagna di un uomo che torna da una guerra; l'uomo è cambiato, è perso in pensieri a lei sconosciuti, e soprattutto è misteriosamente legato al paio di scarponi che indossa e che non vuole più togliersi. Questo spettacolo segna anche il cambiamento del nome della Compagnia da Il Barrito degli Angeli-Marco Gobetti a semplicemente Compagnia Marco Gobetti.
Monica Bonetto - Torinosette (La Stampa) - 11 gennaio 2008

 

«Bisogna per forza mettersi in posizioni inconsuete...». Per forza. Per farsi ascoltare, per essere presi sul serio, per vincere la cortina anestetica dell’indifferenza, anche per dire banalità, ma banalità che pesino, che facciano rumore come un’esplosione.
Nei panni di jeans scolorito di un operaio esasperato dal mobbing, nauseato dalla catena di montaggio e ingannato dagli affetti, Marco Gobetti sta in equilibrio su un piede solo e racconta al pubblico del San Rocco una strana storia di rabbia e alienazione. Ha un computer palmare in una mano, un cellulare nella tasca e una bomba per cintura. Parla circondato da un recinto di carta igienica, le mura immaginarie e puzzolenti del bagno di una fabbrica: «il lavandino che gocciola sulla sinistra, l’orinatoio sulla parete di fondo. È importante che li visualizziate, perchè non conta tanto quello che dico, ma il cesso intorno». Un cesso: posizione inconsueta che l’operaio Ludovico si è andato a cercare un venerdì pomeriggio, poco prima della fine del turno di lavoro. Lì si è barricato e ci rimarrà per tre giorni; poi, se le sue richieste non verranno accettate, salterà in aria con cesso, mura e fabbrica. Perchè «uno crede sempre di dire le cose così, per dire, e invece le dice per fare...».
La bomba l’ha costruita seguendo le istruzioni di un giornale; la rabbia per farla esplodere l’ha accumulata in anni di piccoli e grandi maltrattamenti: un ec-cesso (come recita il titolo di questo inquietante ma iperrealistico monologo) di violenze psicologiche, delusioni, frustrazioni, logorio di nervi. Ha tre giorni e due notti per raccontarli, per scrivere un copione che continuamente disfa in un trita-documenti e ricompone sullo schermo del palmare, per spedire le sue parole via e.mail a qualcuno che forse ci crederà e le porterà in scena. Ha tre giorni e due notti per riprendersi la parte di protagonista della sua vita, per «smettere di bere spettacolo e dare spettacolo», per «diventare spettacolo, ritornando ad esistere».
Giorgia Marino -
www.valenzaalchemica.it - 3 novembre 2007



 

E' opera di fantasia ma del tutto verosimile e alquanto sconvolgente questo curioso monologo di Marco Gobetti, attore ed autore che nel suo percorso dosa saggiamente esperienze in compagnia o in solitudine. Queste ultime però sono sempre marcate da una strenua esigenza narrativa. Vuole raccontare, e lo sa fare bene, certe storie. Come questa di un operaio barricatosi nel cesso di una fabbrica, esasperato dal mobbing, vessato da innumerevoli grandi e minute violenze; ha un palmare e un cellulare, comunica con l'esterno tramite e-mail e qualche furente risposta a un telefonino dotato di buffa suoneria, che sdrammatizza, perché il contesto è tragico. Appiccicata al busto, il protagonista ha una cintura di esplosivi. Si farà saltare in aria se la direzione non accetterà le sue richieste, che sono di poter andare a funghi qualche mattina, di avere insomma una vita più libera, scardinata dalla produzione. Quasi dialoga con il pubblico; su un palchetto rettangolare traccia limiti di carta igienica. Screzia di ironia un'attesa snervante, snocciolando un soliloquio di ottima fattura.
Maura Sesia  - La Repubblica, 15 settembre 2007



 

Come in un telegiornale, non si dà più il debito peso ai temi stringenti quando scorrono con noiosa, quotidiana implacabilità. La prima sorsata di birra è quella che conta, le altrea seguire diventano volume: così la parola kamikaze – simbolo attualissimo dell’estremo sprezzo per la vita – e la crisi della condizione operaia, tra mobbing come minaccia di licenziamento ed esternalizzazione in Paesi più agevoli, sono sempre più presenti e al tempo stesso più aeree nei media. Anche per tali motivi In-Ec-Cesso – una bomba per cintura, pièce che Marco Gobetti porta nel weekend in prima nazionale al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, va osservata con grande attenzione. Essa mette lo spettatore di fronte all’imminenza non concitata, al sereno ultimatum, consentendogli però i minuti per analizzare le motivazioni, sforzandosi di condividerle. Quello che il teatro, essendo vita, sempre dovrebbe porsi tra gli obiettivi. La rappresentazione inizia nei bagni, ove l’uditorio è condotto, e si fa scena sovrapponendo diversi piani narrativi, dall’interpretazione in soggettiva alla lettura dal documeto, con riserva di variare ad ogni replica. “Lo riscriverò – specifica Gobetti – a seconda dei visi che mi troverò e mi sarò trovato di fronte. E dei cibi che avrò mangiato. E dei vini che avrò bevuto o non bevuto. E dei pezzi di vita che avrò vissuto. Questo copione è stato fatto per essere disfatto”. Sullo sfondo ma sempre presenti, i temi del ritorno al luddismo via e-mail e dell’autoconservazione, che forse per una volta non ha la meglio sull’abbandono finale di un ambiente dove pur sempre “l’operaio conosce trecento parole e il padrone mille, per questo è il padrone”, come nella lezione di Fo. Parole nuove, magari inglesi e articolate a esprimere modernità. Inserito nel cartellone della rassegna Dissezioni, dedicata al teatro sperimentale italiano, In-Ec-Cesso sosterà nella sede lagunare le due serate di venerdì 13 e sabato 14: l’autore torinese ne cura anche la regia, qualifica maturata in parallelo ad un’intensa vita attoriale  che dal 1993 lo ha portato a collaborare con numerosi protagonisti dei circuiti underground, fino al teatro di strada.
Enrico Veronese – Il Venezia, 11 aprile 2007



 

 

La Torino sotterranea, quella invisibile agli occhi dei più, offre tesori insospettabili, tanto più preziosi in quanto gratuiti, ideati e realizzati per un credo profondo e per l’urgenza del dire. Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti stanno provando in questi giorni in uno scantinato di Vanchiglia, il frutto di un pensiero lungo che si distilla in teatro. S’intitola Lo stagno, racconta di cascine e di guerra, di rane, di paglia, dell’essere custodi di storie che sono segreti di vita e di morte. Racconta di una piemontesità senza confini, senza nostalgie, senza folclore deleterio, metabolizzando una cultura e innervandola della forza di un presente che è al tempo stesso metafora e pane spezzato. Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti recitano con una naturalezza conquistata che avvince, innestata com’è su un tessuto linguistico complesso. Un’operazione esemplare che parte dal cuore e si fa intelligenza.” 

Alfonso Cipolla - “La Repubblica”, 7 marzo 2004

 

 

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